CAMINO BAGLIONI

Sulla parte alta dello Sceretto (in dialetto Sceré), la collina che verso nord delimita il piccolo altopiano di Sessa, per diversi decenni nel corso del diciottesimo e del diciannovesimo secolo era operante una miniera per l’estrazione dell’oro. Il sottosuolo della regione è essenzialmente costituito da gneiss ercinico a volte definito come cristallino insubrico formatosi appunto durante l’orogenesi ercinica tra i 300 e i 220 milioni di ani fa.

Il sistema di faglie provocate dall’attività tettonica ha formato al loro interno delle mineralizzazioni metallifere di mispickel, pirite, blenda e galena, contenenti concentrazione di vario tenore di argento e oro. Nel torrente Lisora che uscendo dal laghetto di Astano costeggia la sommità della collina prima di scendere a sfociare nella Tresa sono state trovate delle lamelle di oro alluvionale e piccole pepite.

La forma arrotondata della collina comporta pochissimi affioramenti di roccia, ma questo malgrado, già nel sedicesimo secolo, attenti osservatori, avessero individuato la faglia sommitale, in seguito denominata “faglia Sceretto” intuendo la possibile presenza di metalli, forse oro e argento. Come si è potuto appurare più tardi, con scavi e sondaggi nel 1925, questa frattura ha una zona di frizione larga fino a dieci metri che si estende dalla Costa, frazione del Comune di Sessa fino a sud del laghetto di Astano. All’interno si è mineralizzato un filone dello spessore tra i 20 e i 60 cm. con qualche punto fino a 150 cm. Purtroppo questo filone non è lineare, ma sovente spezzettato e discontinuo, probabilmente a causa di successivi movimenti tettonici.

La storia ci ricorda Giovanni Battista Treccini che nel 1795 domandò l’autorizzazione per aprire una miniera, ma l’autorità (era ancora il periodo dei Baliaggi), non si sa per quale ragione non la concesse. Sessant’anni più tardi, nel 1855, un ingegnere varesino con provata esperienza in fatto di miniere in Messico, il conte Vinasco Baglioni, domandò e questa volta ottenne la necessaria concessione.

Mentre iniziava gli scavi ai due estremi del filone individuato, Alle Bolle e Alla Costa, concepiva e metteva in opera il sistema di trattamento del materiale scavato. Occorreva individuare un posto dove ci fosse abbondanza di combustibile e la presenza di acqua come forza motrice; la scelta cadde su un terreno alla Ressiga, frazione di Monteggio, dove il torrente Pevereggia, superato con una serie di cascate il dislivello tra la Piana di Sessa e il fondovalle della Tresa si placava nell’ultima corsa verso la foce. Qui oltre al legname dei boschi che si potevano sfruttare c’era eventualmente la possibilità di far capo alla torba che veniva scavata nei Prati Vergani, tra Suino e il confine italiano.

In questo luogo che ancora oggi porta il nome di Fonderia, fece costruire lo stabilimento, del quale rimangono solo pochi ruderi, per la lavorazione del materiale estratto.

Intanto sullo Scerè s’iniziava a scavare. Abbandonato il sondaggio Alle Bolle perché insoddisfacente si aprì la galleria Alla Costa, con uno scavo praticamente orizzontale, seguendo il filone, che da subito, appariva di buona resa.

Si scavò a mano, una galleria con un lume di circa quattro metri quadrati seguendo l’elusivo filone di ganga quarzifera composta di solfuri con incorporati l’oro e l’argento difficilissimi da individuare a occhio nudo. Si trasportava poi all’esterno sia il materiale inerte scavato per permettere l’avanzamento, che quello ritenuto utile per ulteriore lavorazione. Li, delle donne, affinavano la scelta con metodi empirici, basandosi sul colore, sull’odore e soprattutto soppesando il materiale. Ben istruite dal Baglioni, pare che arrivassero a una sorprendente capacità di selezione.

Si aprì anche un’altra entrata, poco a monte dell’odierno campeggio, per avere un avanzamento su due fronti e una via di fuga alternativa in caso d’incidenti.

Il minerale estratto ritenuto utile veniva caricato sui carri trainati da buoi e portato alla Fonderia, dove, dopo essere stato frantumato a un calibro adeguato, veniva “arrostito” in modo da liberarlo dall’arsenico che ne avrebbe impedito l’ulteriore trattamento. L’arsenico, combinandosi tramite il calore con l’ossigeno, si trasformava in anidride arseniosa, gas pericoloso e nocivo per l’ambiente. Con l’intento di parziale neutralizzazione, fu costruito un condotto fumario sul fianco della collina con il camino terminale che vediamo tuttora intatto e che porta il nome dell’ideatore Vinasco Baglioni. Lungo il percorso del condotto fumario, erano inserite quattro camere per la sedimentazione del pericoloso gas.

In seguito il minerale era ridotto in polvere e mischiato con il mercurio, in modo da ottenere un amalgama doppio di oro e argento. Il tutto, messo poi nelle storte e distillato per ricuperare il mercurio che veniva riutilizzato, mentre la separazione dell’oro e dell’argento avveniva nel crogiolo, grazie al differente punto di fusione dei due minerali. Questo metodo viene comunemente chiamato “amalgamazione”.

Dopo una trentina d’anni Baglioni morì e il lavoro, malgrado diversi tentativi di ripresa fu interrotto.

Il secondo importante periodo di funzionamento della miniera va dal 1934 al 1940 quando i diritti di sfruttamento furono acquisiti da una società a maggioranza francese e belga denominata Mines de Costano S.A., diretta dall’Ing. Burford. Vennero rimesse in funzione le gallerie del Baglioni e scavata una nuova a livello inferiore. Vi lavoravano una trentina di uomini e quattro donne della zona ben contenti di trovare un’occupazione in quel periodo della “grande crisi”.

Le gallerie furono attrezzate con dei vagoncini su binari tipo Decaville e si scavò con perforatrici ad aria compressa

Dopo la cernita manuale effettuata ancora una volta dalle donne, tramite una teleferica il minerale veniva fatto scendere in zona “Lolina”, sotto Beredino, per essere trattato con macchinari movimentati con energia elettrica. Dapprima sminuzzato da una frantumatrice, poi ridotto in polvere in un mulino orizzontale a palle, passava nelle vasche di flottazione per la separazione dalla ganga sterile e per il recupero del minerale utile concentrato. Mentre ci si preparava per l’estrazione dell’oro e dell’argento tramite il trattamento chimico, si allestiva il laboratorio e le vasche per la cianurazione il concentrato veniva spedito in Belgio per il trattamento finale.

Purtroppo lo scoppio della Seconda guerra mondiale con l’invasione del Belgio e della Francia da parte delle truppe tedesche decretò la fine dell’attività che riprese nel 1949 ma solo per lavori di manutenzione.

 

NOTE SUL “CONTE BAGLIONI’:

Note per confronto tra  Oro, miniere, storia, miscellanea……  di Giuseppe Pipino e altri documenti.

 

Vinasco Baglioni, sedicente Conte Ing. Vinasque de Baglioni, probabilmente non era ne conte ne ingegnere. In effetti si guarda bene dal fregiarsi per iscritto (vedi p.e. contratto per diritti d’acqua) di questi titoli.

Nel Crollalanza alla voce Baglioni, non figura nessun titolo nobiliare. Se dal 1948, in Italia non sono più riconosciuti, non hanno più nessun valore e non possono essere usati per atti pubblici, resta però riconosciuto valido il predicato nobiliare “De” che diventa parte del nome per gli ex nobili che lo portavano. Ora da varie ricerche incrociate (anche il semplice annuario telefonico italiano) non sussistono delle famiglie De Baglioni.

Vinasco Baglioni pare fosse nato nel 1819 a Pisagne sul Sebino, dove vivono ancora alcuni Baglioni. Il 21.05.1856, Baglioni ottiene la concessione che la gira subito (1857) alla Società Miniere di Astano di Watson, Harvey e Clinton. Poco dopo passa alla Societé minière d’Astano di A. Curtte e Cie. con sede alla Ressiga di Monteggio

Il 21. 02.1861 Baglioni inaugura lo stabilimento della Fonderia. Si lavora con 300 operai (Pipino, fonte?) per circa undici anni (1872 o 1873), poi fallisce. Concessione, miniera e fonderia vengono acquistati dal Conte Del Verme (una famiglia nobiliare Del Verme esisteva, ma non sappiamo altro) quasi sicuramente un prestanome dietro il quale si celava sempre il Baglioni che riprese i lavori nel 1875, fino al 1877 quando il Comune di Sessa ingiunse la cessazione dell’arrostimento del minerale.

 

Nel 1881 Baglioni vende tutto alla parigina Lescanne-Perdeaux (sconosciuta, ma forse si trattava della Lescanne-Perdoux che in quegli anni costruiva ferrovie in Sicilia). Baglioni la chiama stranamente Nicolle (nome femminile) Lescanne.

 

Nello stesso anno (07.01.1881) Baglioni reputa necessario stipulare un contratto (bello sostanzioso, tanto pagavano i parigini!) per i diritti d’acqua per far funzionare la fonderia. Ma allora con che acqua era funzionata dal 1861 al 1881?  Non occorre essere un genio per capire chi si spartiva i 40 franchi annui della concessione. Ma durò poco, perché nel 1884 la miniera fu abbandonata, ritornando in attività solo nel XX secolo. Quando Baglioni costruì il camino? Forse da subito nel 1861, oppure nel 1877 per superare il divieto di Sessa.

 

Vinasco Baglioni morì nel 1883, dopo aver fatto ammenda sul letto di morte dei suoi imbrogli finanziari e sentimentali come gustosamente descritto nel liber mortuorum parrocchiale.

 

Adelio 2015

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