SIRANE

Il panorama che si presenta al visitatore, potrebbe far pensare a un disegno preciso che da sempre lo configura nel suo aspetto attuale: una bella pianura con un dolce paesaggio collinare a chiudere l’orizzonte. La geologia invece ci ricorda che i nostri rilievi sono strettamente legati all’apparizione della catena alpina lungo tutta la sua orogenesi in tempi remotissimi.                                                                                    

 

La collisione tra il continente africano e quello euroasiatico non ebbe come unica conseguenza la formazione di una catena alpina, ma fu anche responsabile di processi metamorfici e molti altri fenomeni quali la deformazione plastica delle rocce e la conseguente formazione di coltri, di pieghe, di fratture e di faglie. Anche il nostro territorio fu caratterizzato dalla comparsa di numerose faglie (fratture con scorrimento delle due parti).                                                                                          

 

Nella nostra regione, partendo dalla Tresa e risalendo poi verso Astano, si formò una tipica struttura a gradoni composta da quattro faglie parallele al corso del fiume. Altre minori vennero a incidere perpendicolarmente il rilievo.  Ricordiamo la valle della Lisora e la spaccatura dentro la quale la Pevereggia scorre in maniera spettacolare. Il rilievo così emerso fu in seguito soggetto a profonde modifiche durante il Quaternario (da due milioni di anni fa a oggi), l’ultimo periodo durante il quale l’arco alpino assume la conformazione attuale.

 

Il clima era caratterizzato da un’alternanza di periodi freddi e caldi che provocavano una spettacolare avanzata dei ghiacciai alpini. Durante i periodi freddi si formarono lingue di ghiaccio che invasero le valli scendendo fino alle pianure. Il fenomeno si ripeté più volte alternando avanzate e ritiri. Ricordiamo l’azione dei ghiacci che contribuì a scolpire e a modellare i nostri rilievi ben caratterizzati da profili arrotondati. L’enorme quantità di materiali detritici trasportati dai ghiacciai contribuì poi a ridefinire precisi contorni nel nostro territorio. L’ultima glaciazione (20'000 anni fa) si concluse con il definitivo ritiro dei ghiacci all’incirca 15'000 anni fa.

 

Quando i due ghiacciai dell’Adda e del Ticino spinsero le loro lingue su una dorsale Est–Ovest lungo la faglia della Tresa, sulla nostra piana crearono sbarramenti che obbligarono le acque del Rio Colmegnino e quelle della Lisora a unirsi alla Pevereggia per poi trovare uno sbocco nella faglia già ricordata. Dopo il ritiro dei ghiacciai i due corsi d’acqua ripresero il loro naturale deflusso lasciando sul posto la più modesta Pevereggia.

 

Essa però dovette cercarsi un nuovo percorso, non più lungo una piccola valle, ma su una piana formata da materiali detritici, prima trasportati e poi lasciati sul posto dal ritiro definitivo dei ghiacciai. L’acqua caratterizzò per lunghi secoli la Piana di Sessa così formata, in particolar modo nel tratto che qui possiamo osservare. L’ambiente paludoso era malsano e il terreno non produceva erbe di particolare pregio.                                                                                                            

 

La vegetazione palustre, da lunghi secoli insediata sul piano, proprio per la presenza continua dell’acqua, diede origine a una vasta torbiera. Il progetto di un suo sfruttamento si concretizzò solo nell’800. Luigi Lavizzari, nelle sue “Escursioni in Canton Ticino” (apparse nel 1863), ricorda che a Cassinone sorgeva uno stabilimento nel quale il signor Richard, affittuario dei terreni dal 1856, lavorava la torba estratta in loco da un deposito superficiale di 2,5 m. Descrive le varie lavorazioni per ottenere tre prodotti: il carbone da torba, da usare come combustibile, un olio nero e denso che veniva poi trasformato in gas illuminante e un gas combustibile da usare sul posto. Carbone e olio venivano poi trasferiti a Luino e in seguito a Milano per via d’acqua. 

 

Nel frattempo il governo ticinese aveva sul tappeto vari progetti di bonifiche di terreni umidi e paludosi per scongiurare contagi malarici e nel contempo recuperare terreni agricoli. Il progetto per la Piana di Sessa, avviato all’inizio dell’800, si concretizzò solo nel 1878. L’ingegner Pasquale Lucchini compie l’opera scavando nell’alveo della Pevereggia un profondo canale abbassando così la falda di alcuni metri. Interventi di miglioria sui terreni bonificati permisero in seguito lo sviluppo di progetti agricoli e anche dell’allevamento del bestiame.

 

Dedichiamo ancora un pensiero all’acqua.                                                   

L’abbiamo vista protagonista in tempi lontanissimi. Prima modella il nostro territorio e più recentemente caratterizza la nostra Piana. Crea un ambiente poco ospitale, ma nel contempo permette la formazione di una risorsa da sfruttare. La sua costante presenza, proprio in questa Piana, alimenta una ricca falda. Partendo proprio da qui oggi arriva in tutte le nostre case.                                  

 

Dobbiamo perciò considerarla un bene prezioso che la natura generosamente ci offre.

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